A proposito di etica venatoria

Ultimamente ho sentito vari cacciatori di ungulati vantarsi di abbattimenti a 500/600 metri.  Se l’animale non cade, non parlano di animali sbagliati ma comunque  controllati sull’anschuss, perché sono talmente certi dell’errore che  ritengono inutile sprecare tempo per la verifica del colpo in quanto “l’animale non ha avuto nessuna reazione allo sparo”.

Personalmente ritengo anti etico sparare ad animali a più di 150/200 metri, vero è che ci sono situazioni in cui per la conformazione del terreno e la diffidenza dell’animale non si riesce ad avvicinarsi a più di 250/300 metri, allora che fare? Se l’appoggio è stabile e si conoscono bene gli strumenti a nostra disposizione si può tentare il tiro, considerando questa distanza il limite massimo.

La tecnologia ci sta aiutando molto, in particolare modo con le  ottiche da puntamento però, per quanto gli strumenti siano  perfezionati, l’errore umano è sempre presente.

Dobbiamo ricordare che stiamo sparando ad un essere vivente e quindi dobbiamo porre fine alla sua esistenza nel modo più rapido ed indolore possibile (ne guadagnerà anche la carne).

Dov’è l’adrenalina nel tentare un avvicinamento per portarsi a tiro? Questa è abilità nella caccia, non tirare ad un chilometro!

L’agitazione che ci fa battere il cuore a mille nel vedere l’animale che vorremmo abbattere nel reticolo ?

Bene, io questa emozione la provo ogni volta.

Weidmannsheil

Nereo

 

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