PER UN BUON PAIO DI ZANNE

“Adesso mi concedo cinque minuti di pausa, cascasse il mondo” pensai, sedendo i miei cento chili su di un vecchio tronco caduto. Ombra quasi niente e da bere niente del tutto. Accesi una sigaretta, tanto “lui” ci aveva distanziato bene, e ne lanciai una al vecchio tracciatore Muduli che, smilzo e allenatissimo, sembrava perfettamente a suo agio nonostante i capelli bianchi. II caldo si faceva sentire. L’aria secchissima non consentiva neppure di sudare. II silenzio era totale, si udivano solo il sibilo del vento nelle paglie che cangiavano tra l’oro e l’argento. Lontano e monotono, il verso del go-away bird.

Una pace assoluta anche se, devo ammettere, un po’ aliena. Spensi a terra la sigaretta che mi aveva lasciato un sapore orribile e tiratomi su, feci cenno al vecchio di riprendere la traccia e proseguire. Non avevamo molto con noi. II mio express con cinque cartucce, un leggero binocolo, un coltello, un pacchetto di sigarette e un accendino io, il corto panga il tracciatore. Ed eravamo ormai ad alcune ore da dove avevamo lasciato la macchina con l’altro ragazzo nero. Una situazione piuttosto insolita e non del tutto tranquillizzante.

Ecco che cos’era accaduto: quella mattina ci eravamo mossi di buon’ora senza una meta precisa, in cerca di tutto e niente, per un lungo giro che avrebbe dovuto riportarci, verso metà giornata, alla base, uno splendido campo in riva a un fiume all’ombra di grandi mimose.

Senza che vedessimo nulla di speciale, tra soste per guardarci attorno e tranquilli percorsi su piste semi sabbiose, si erano fatte circa le dieci e io iniziavo a essere piuttosto distratto, certo come ero che ormai poco di buono avremmo fatto. L’intenzione era di invertire la rotta. Stavamo lentamente percorrendo una quasi inesistente pista che tagliava un lungo e dolce pendio digradante verso vaste savane. Vi è sempre un momento, in una mattinata di safari, in cui un po’ per il caldo, piacevole dopo l’aria gelida del mattino, un po’ per la stanchezza dovuta alle alzatacce, la tensione si allenta e con lei l’attenzione. Ero dunque quasi appisolato sul sedile anteriore, quando mi sentii toccare perentoriamente le testa dal vecchio tracciatore che stava in piedi attaccato al roll-bar. La sua faccia eccitata mi costrinse ad alzarmi e portarmi alla sua altezza.

Egli, indicando un punto nel terreno pianeggiante alla fine della scarpata disse: “elephant”‘. E subito dopo aggiunse: “big, big one!” Individuai subito la grossa sagoma grigia in un punto un po’ più fitto a 6/700 metri da noi. Feci cenno all’autista di spegnere il motore e balzai sul cassone col binocolo in mano. Oltre alla sagoma, non riuscivo a distinguere molto di più. Mi fidavo però dell’incredibile occhio del vecchio che, guardato interrogativamente, ripeté “big, bwana, big one!” . E sperai non si riferisse solo alle dimensioni del corpo. II grosso, ammesso che così fosse, animale, apparentemente solo, stava probabilmente fermo a riposare nella scarsa ombra di alcuni alberi e, se così era, non si sarebbe mosso per un bel po’.

Presi immediatamente la decisione di andare a vedere di che elefante si trattasse sebbene, nella zona, non si trovassero abitualmente maschi con grandi zanne. Mentre liberavo dai lacci di camera d’aria I’express staccandolo dai ganci portafucili e lo estraevo dalla custodia di tela antipolvere, feci un cenno al Vecchio che aveva lo sguardo luccicante, sia per la febbre di caccia, sia per la lauta mancia che già pregustava.

Tolsi sei cartucce 458, tre solide e tre soft, dal cassetto porta oggetti della macchina e, così com’ero, mi misi nella scia del vecchio che già si era avviato. Percorremmo velocemente il primo tratto, poi rallentammo studiando il terreno e saggiando in continuazione il vento che, come avviene spesso nelle ore più calde, tende a girare frequentemente. Mentre ci avvicinavamo con prudenza ed attenzione, cominciavo a sentire l’eccitazione che, credo, sia ben difficile non provare in frangenti di questo tipo. Non è facile da descrivere ma, specie con animali pericolosi, questo insieme di determinazione e timore, di entusiasmo e prudenza, di desiderio della preda e voglia di tornare indietro, creano una sensazione senza la quale la caccia non elargirebbe gli indimenticabili istanti che spesso ci regala.

Lentamente, guardando a ogni passo dove mettevamo i piedi, ci avvicinammo al punto in cui ritenevamo fosse l’animale.

Il vecchio, che marciava due passi avanti, improvvisamente si arrestò e posò il ginocchio a terra guardando dritto davanti a sé. Fu allora che, avvisato da questa manovra, anch’io lo vidi. Era fermo all’ombra, assolutamente immobile. Riposava. L’aspetto, per quanto vedevo, era quello del grande elefante ma, per valutarlo ed eventualmente sparare, occorreva avvicinarsi ancora fino a riuscire a valutare le zanne. Dopo un avvicinamento degno di una manovra tattica, durato probabilmente alcuni minuti, ma che la tensione dilatava a un’eternità, ci trovammo a pochi metri dal colosso. La situazione non era particolarmente favorevole. Eravamo finiti tra due siepi di quel che gli africani chiamano kasaka-saka, cioè il più fitto e impenetrabile muro di spine che si possa immaginare. La nostra mobilità era di conseguenza molto limitata se non inesistente. Potevo alzare il fucile al di sopra di quei rovi, ma non potevo spostarmi né a destra, né a sinistra. Lui era là, dritto di fronte a noi e tra la rada vegetazione ci dava la fronte. Ed ancora non ero riuscito a valutare gli avori. Muduli, assi più basso di me, poteva solo aver visto di meno e comunque, eccitato dalla caccia imminente, il suo giudizio sarebbe stato, almeno col mio metro, inaffidabile. Pochi metri ci separavano, ma io non riuscivo a decidermi; dovevo tentare un frontal brain shot da dove ero o era meglio attendere che l’elefante si muovesse, offrendomi magari la tempia, bersaglio assai più sicuro? E comunque ancora non sapevo molto delle zanne. E non mi decidevo a tirare.

Non so quanto tempo io abbia speso in queste meditazioni, certo gli eventi decisero per me. Noi eravamo immobili quindi fu certamente il vento che, in uno dei suoi capricciosi giri, segnalò al gigante la nostra presenza. Un muovere di orecchie, un basso brontolio ed egli si girò quasi su se stesso, avviandosi velocemente verso la nostra sinistra.

Accaddero allora, quasi contemporaneamente, due cose, una buona e una no: innanzitutto dall’alto del mio metro e novanta, quando il maschio si mosse, potei intravedere due robusti avori, grossi ed abbastanza lunghi poi, non con il cervello ma con l’istinto, complici la tensione e la visione delle zanne, sparai mentre l’animale si girava, nell’unico punto al quale potessi sparare ragionevolmente in quel frangente: appena dietro alla spalla. Passato qualche istante, non aspettandoci certo che l’animale crollasse sul posto, districatici dalle spine, fummo sulla sua traccia.

II Vecchio, che già subito dopo lo sparo mi aveva confermato a gesti che l’animale era stato colpito, mi mostrò come il maschio, ed era evidente dal solco sul terreno sabbioso, andasse veloce ma trascinasse la zampa anteriore sinistra. Era stato sicuramente raggiunto dal mio proiettile nella regione della spalla. Con quali danni, sarebbe stato chiaro solo seguendo velocemente le tracce.

Senza indugio e senza altri pensieri ci buttammo all’inseguimento. Prima con prudenza, dato che l’animale poteva essere fermo davanti a noi e attenderci, poi, man mano, realizzammo che anche se ferito viaggiava velocemente, quasi di corsa. Proseguimmo per un paio d’ore prima di dover ammettere che: innanzitutto la ferita, anche se probabilmente mortale alla lunga, non aveva procurato danni tali da inabilitare velocemente il maschio, inoltre quest’ultimo, con l’intelligenza propria della specie, accortosi di essere inseguito, si teneva nel vento e girava con esso, in modo da sapere sempre dove fossimo. Quando, dopo la breve sosta descritta all’inizio di queste note, riprendemmo l’inseguimento, ero animato e spinto da quattro considerazioni.

La prima: non volevo che il povero animale avesse a soffrire a lungo per una mia avventatezza; la seconda: mi pareva impossibile perdere un così buon esemplare; la terza: la ferita prima o poi avrebbe fermato il suo vigore; la quarta: se l’avessimo pressato da vicino, forse si sarebbe deciso a caricare, offrendoci così un’ulteriore occasione. Questi convincimenti e una sorta di irrefrenabile febbre di caccia mi spinsero, senza altre considerazioni, ad andare avanti a oltranza, senza considerare la stanchezza, la sete, il tempo che passava. Tra lunghe galoppate e brevi soste – ero giovane allora e la fatica non pesava – continuammo per ore con la netta sensazione di non riuscire a guadagnare terreno, ma non per questo con minore determinazione.

La sete, a quel punto, era veramente terribile. Fu durante una breve sosta per riprendere fiato e cercare di sbloccare la gola con inesistente saliva che mi accorsi, con sorpresa e inquietudine, che il sole era ormai piuttosto basso all’orizzonte. Guardai il vecchio e gli indicai l’orologio. Pur essendo tipo di poche parole mi fece un discorso, per lui, piuttosto lungo: non mancava molto al buio, per tornare alla macchina ci volevano molte ore, ci eravamo allontanati troppo ed eravamo finiti in luoghi che egli conosceva poco. Questo significava una sola cosa: ci eravamo perduti ed avremmo dovuto passare la notte nel bush, essendo improponibile marciare per ore nel buio più totale, in zone quasi sconosciute e abitate da creature non tutte “amichevoli”. La cosa in sé non era certo una tragedia, ma noi eravamo solo in due, non avevamo cibo né acqua, non avevamo nulla con cui coprirci nella notte veramente fredda di quelle latitudini.

Ma non c’era da discutere, c’era solo da provvedere al meglio. Mentre il Vecchio tagliava le poche fronde verdi disponibili per farne due giacigli ai piedi di un grosso albero, io raccoglievo velocemente tutta la legna secca (sempre abbondante nel bush) che potevo, benedicendo, quella volta, il vizio del fumo per via dell’accendino che avevo in tasca. Quando le tenebre calarono, accendemmo due fuocherelli ai lati dei nostri giacigli e ci preparammo ad attendere il nuovo giorno.

Complici la sete che era davvero tormentosa, lo stomaco vuoto, il freddo pungente della notte e le non tranquillizzanti presenze che si intuivano al di là della misera luce dei fuochi, fu davvero una notte da ricordare! Mi sosteneva un solo pensiero: anche l’elefante si sarebbe fermato, si sarebbe ulteriormente indebolito, l’avremmo forse raggiunto. All’alba, con le ossa peste, intirizziti e davvero sofferenti per la mancanza d’acqua, riprendemmo l’inseguimento con il proposito di seguire ancora l’animale per due o tre ore prima di rinunciare. Riprendendo dal punto in cui avevamo lasciato, seguimmo ancora la traccia fino a dove essa, con nostro grande sollievo, rivelava che l’animale aveva rallentato e che, procedendo in linea quasi retta, non stava più nel vento, pensando di non essere più tallonato. Si dirigeva verso una linea di basse colline granitiche che si vedevano in lontananza e alla cui base, forse, nel letto di qualche fiume secco, avremmo potuto trovare ancora una pozza d’acqua. Occorreva affrettarsi e intercettarlo prima che raggiungesse le colline, sul cui duro terreno avremmo certamente perso la traccia. Camminammo veloci per smaltire il freddo della notte e io, tentando di non pensare alla sete, cercavo di stare al passo col vecchio che pareva non risentire granché delle privazioni.

Sempre avanti, in un bush che da alberato si stava facendo cespugliato, segno evidente del cambiamento del terreno. II sole era già alto quando il vecchio mi fece capire che stavamo guadagnando terreno e l’elefante non doveva più essere molto lontano. Una leggera brezza costante ci spirava in faccia e anche questo era positivo. Riprendemmo un po’ di speranza e accelerammo cosicché, quando lo raggiungemmo, rischiammo quasi di arrivargli addosso rovinando tutto. Era davanti a noi e ci presentava la schiena. Camminava lento e con frequenti soste. Doveva, anche lui, essere allo stremo.

Ci spostammo sulla sinistra per guadagnare terreno e arrivargli di fianco, sperando vivamente che la brezza non cambiasse, tentando di non produrre rumori e, per quanto possibile, non scoprirci. In quel momento non sentivo più né sete né stanchezza. La manovra riuscì tanto bene che lo anticipammo un po’ e ci fermammo, tenendoci bassi, al riparo di alcuni fitti cespugli.

L’elefante forse si era reso conto di qualcosa perché aumentò leggermente l’andatura e, zoppicando vistosamente, uscì perfettamente allo scoperto. Via la sicura. Mi alzai dietro al cespuglio imbracciando l’express con il cuore che galoppava. Collimai appena avanti al foro dell’orecchio e tirai il grilletto. Ricevetti il poderoso rinculo e, come mi era stato insegnato, immediatamente riallineai, ma in quel punto non vi era più niente su cui sparare. II gigante era crollato raggiunto, perfettamente questa volta, dalla palla solida da 500 grani. Seguì un silenzio irreale, nulla si muoveva, come in una fotografia.

lo continuavo a tener imbracciato.

A rompere l’incanto mi raggiunse la voce stridula del vecchio “It’s down, bwana”. “It seems so, old baboon” dissi piano, allentandogli una pacca sulle spalle che lo fece traballare, ma non gli cancellò il sorriso da orecchio a orecchio.

Finalmente, a terra mentre il vecchio Muduli esprime la sua esultanza

Questo fu l’ultimo elefante legalmente cacciato in Zambia, che chiuse la caccia a questa specie nel 1980. Saputo per radio dell’imminente chiusura, acquistai l’ultima licenza, con quel che ne seguì.

 

 

 

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