Emozioni africane

IL BUFALO DEL DELTA

Il cielo livido era di un blu nerastro.

Sem­brava quasi che corressimo verso una gal­leria smisurata che dalla terra conduceva verso il mare. Si faceva sempre più buio, anche se erano solo le primissime ore del pomeriggio.

La distesa d’erba verde-giallastra, alta fino oltre il tettuccio del fuoristrada, s’in­curvava a tratti sotto le prime raffiche di ven­to umido, caldo e pesante, proveniente dall’O­ceano Indiano.

Le chiome delle rare palme “gium”, che spezzavano di tanto in tanto la mo­notonia della prateria, venivano scompigliate e pareva quasi che si avvitassero in invisibili mu­linelli di vento.

Era una sensazione inquietante, minacciosa­mente incombente, quasi fossimo, come era­vamo, alla mercé delle forze di una natura in­commensurabilmente grande.

Rabbrividii nonostante la temperatura torri­da e mi preparai a ricevere secchiate d’acqua tiepida, tipiche delle piogge equatoriali, guardando tristemente il mio ex­press e la mia bella carabina fissati, senza alcun riparo, al portafucili del cassone sul quale ci reggevamo, a dispetto delle condizioni del terreno, io e Phil.

Nonostante tutto, pensai, stavo meglio di alcuni giorni addietro, quan­do mi trovavo in una situazione analoga, ma a bordo del piccolo Cessna 210 che era riuscito a mettere il carrello sul terreno un attimo prima che si scatenasse il finimondo.

Meglio della volta precedente quando, per non essere ancora finita la pista, arrivai qui via fiume, come vi ho raccontato.

Mentre cadevano i primi goc­cioloni, rivolsi un sorriso un po’ stiracchiato al mio compagno di sven­tura rialzando il colletto della camicia e calcandomi il cappello in testa.

II desiderio di arrivare qui prima dell’inizio della stagione per controllare che tutto fosse a posto mi aveva fatto cadere, anche quesa volta, nella coda delle piogge che, peraltro, si erano prolungate più del dovuto.

Restammo immobili e impotenti sotto il diluvio d’acqua che seguì per una buona mezz’ora, mentre il mezzo andava sguazzando, dubito ver­so una meta conosciuta, sotto l’attenta guida di Colin.

Come smise di piovere anche la massa nuvolosa si spostò per portare ac­qua da qualche altra parte, in breve ricomparve il sole e i nostri vestiti fradici cominciarono a fumigare.

II mio express, splendidamente inciso, alcuni giorni prima aveva preso un bagno di acqua salmastra sul fondo dell’imbarcazione con cui ci spostavamc di isola in isola nell’immenso delta e si vedevano le prime fioriture di rug­gine sulla bascula e sulle cartelle.

Tentai pateticamente di toglierle con un lembo di camicia fradicia, ma l’oc­chiata di compatimento che mi rivolse Phil mi dissuase dal continuare.

“Hai un’idea di dove siamo o di dove stiamo andando ?” chiesi al mio compagno.

Storse la bocca come a dire che se l’aveva, era molto, molto vaga.

Breve consulto con Colin e con i due nativi che ci accompagnavano.

E­ravamo in cinque e cinque diverse erano le posizioni in cui ritenevamo si trovasse il campo.

In questi casi, che in territori sconosciuti, poco abitati, piatti e monotoni erano frequenti, si poneva mano, ringraziando la tecnologia, al miracoloso G.P.S.

La freccina sullo schermo segnava la via del ritorno dalla parte che avevo indicato.

Mi considerarono tutti con una certa ammirazione.

lo mi limitai a tirare su col naso, guardandomi bene dal far capire che ero andato assolutamente a caso.

Decidemmo, pur tenendo conto delle indicazioni del G.P.S., di allargare il giro anche perché eravamo a corto di provviste e un po’ di carne sareb­be stata una mano santa per il campo.

Dissi che alla prima buona occasione ci avrei pensato io e così mi prepa­rai, aguzzando lo sguardo e liberando il 7 Remington dalle cinghie ela­stiche del portafucili.

II fatto di essere a caccia mi fece sentire un po’ meglio, forse anche per­ché lentamente mi stavo asciugando e il mio livello di risentimento ver­so chi aveva organizzato quella spedizione in modo superficiale e poco accorto si alleviò un poco, aiutato da un sorso di whisky della fiaschet­ta.

Fortunatamente non dappertutto l’erba raggiungeva altezze di oltre due metri, due metri e mezzo.

Vi erano luoghi, anche se non frequentissimi, dove la visibilità era accet­tabile e si sarebbe potuto tentare un colpo, specie sulla linea di confine tra erba alta ed erba bassa, vicino ai radi gruppetti di palme “gium”, o nelle depressioni che periodicamente venivano allagate dall’acqua di marea.

Concentrai là la mia attenzione cercando di non farmi sfuggire nulla an­che perché, da quel che avevo visto, non vi era certo grande abbondan­za di selvaggina e ciò che la cucina del campo offriva (gallette e affettati sudafricani piuttosto stagionati) imponeva assolutamente un rifornimento con qualcosa di diverso.

Dopo qualche altro chilometro nell’oceano d’erba, ci avvicinammo a un gruppo di palme piuttosto fitte, disposte quasi come una lunga siepe.

AI momento di varcarla, immobile nell’ombra, scorsi la sagoma di un pic­colo animale; vedevo assai male, ma dalle dimensioni mi parve una piccola antilope, forse un bushbuck.

Senza un attimo di esitazione lasciai andare un colpo e la sagoma scom­parve.

Feci cenno a uno dei due tracciatori, che stava visibilmente an­nuendo, di andare a vedere e in breve egli tornò portando in spalla una bella femmina proprio di bushbuck. L’ottima qualità delle carni di que­sta specie alleviò ancor più il rimorso di aver tirato senza poter valutare l’animale e caricata la spoglia, riprendemmo a seguire la lancetta del G.P.S.

Colin, guardando su dal finestrino, mi ricordò quanti eravamo al campo e mi disse, se si fosse presentata l’occasione, di tirare ancora.

Pensai che eravamo già stati fortunati, in quell’umido deserto, a poter ti­rare un animale, dato che tutto ciò che avevo veduto in tre giorni, trac­ce a parte, erano un  maschio di Reedbuck e, appunto, la femmina appena uccisa.

Risposi pertanto con una scettica smorfia di sufficienza.

Quasi a volermi smentire, tuttavia, pochi minuti dopo uscimmo su una radura d’erba più bassa, forse dovuta all’acqua salmastra che trasudava dal terreno e lì, proprio sul bordo della barriera costituita dall’erba alta, avendoci chiaramente udito arrivare, filava a tutto vapore un facocero.

Gli sparai, senza molte speranze, mentre la macchina andava ancora e mi parve comunque che l’animale, ora scomparso alla vista, avesse segna­to il colpo.

Phil disse : “Mi sa che l’hai colpito, vado a vedere”. E preso con sé un tracciatore si avviò veloce, 30-06 alla mano, verso la barriera di erba al­ta.

Vi si tuffarono per riemergerne, cinque minuti dopo, trascinando o­gnuno per una zampa, un giovane ma grosso porcello.

Alleluja…..! Ora eravamo a posto.

Data l’ora e la non ben nota distanza, decidemmo di seguire fedelmen­te la freccina del G. P.S. e, senza troppe deviazioni, di puntare decisamente al campo.

Di bufali, dei pretesi magnifici bufali del delta, neppure l’ombra.

Accidenti a loro, a chi mi aveva invitato lì e alla ruggine sull’express!

Ci rituffammo nell’erba alta, mi appoggiai al roll-bar e lasciai scorrere sconsolatamente lo sguardo sull’oceano verde.

“Speriamo, almeno, che prima di arrivare alle tende non piova più”.

Avanti sempre. Dopo qualche tempo guadagnammo il bordo di una de­pressione, quasi un canale, che da ambedue i lati arrivava all’orizzonte. Sull’altra sponda, distante una trentina di metri, la scarpata saliva più ripida e più alta, dando speranza di terreni migliori.

Un po’ per questo, un po’ per evitare lunghe deviazioni attraversammo dritti e ovviamente, un pó più in là del mezzo, ci piantammo fino alle portiere con le quattro ruo­te motrici che non riuscivano a fare alcuna presa su di un terreno simile al sapone fradicio.

Due le nostre fortune, un grosso verricello montato anteriormente e, so­pratutto, due robuste palme proprio sul bordo opposto e così, con i ner­vi tesi e il motore ululante, agguantammo la riva inerpicandoci, come Dio volle, fino sopra alla scarpata, ove ci fermammo.

Chi scende per staccare la fune di acciaio, chi per fare pipì, chi per sti­racchiarsi prima dell’ultimo tratto. lo solo, contrariato e di cattivo umo­re, accendo una sigaretta e resto sul mezzo guardandomi pigramente at­torno.

La luce comincia a essere radente nella sera e sulla mia destra, ad alcu­ne decine di metri, mi par di scorgere nell’erba alta alcune grosse passate.

Non molto convinto, comunque, chiamo uno dei tracciatori e lo mando a vedere.

Ritorna dopo un minuto, eccitatissimo, dicendo in Swahili (ne conosce poche parole e lo usa a beneficio dei miei anglosassoni che nulla intendono di portoghese) qualcosa come “Lo nyati, maninghi lo nyati”, avendo con ciò (non ne so molto più di lui di Swahi­li) l’intenzione di dire “Bufali, molti bu­fali!”

Voliamo a terra ed effettivamente le passate si rivelano davvero tali e il ter­reno, in corrispondenza, reca tracce fre­sche di bufali, stimiamo 8/10 animali. Finalmente! Devono essere i su­perstiti dello scontro con gli elicotteri dell’armata rossa!

(Mi dicono infatti che i “tovarisc”, all’epoca della guerra, facevano carne mitragliando bufali dall’elicottero).

Si riaccende l’entusiasmo.

Le tracce so­no fresche e gli animali non pos­sono essere lontani. Per questa sera però è troppo tardi, dato che comin­cia già ad imbrunire.

Prendiamo accuratamente nota della posizione sul G.P.S.

Domani all’alba sa­remo qui.

II rientro, ancorché lungo e disagevole, è confortato dal pensiero dei bufali e dai filetti di bushbuck. Magari, se riesce a non piovere, si potrà anche accendere un fuoco al “fire piace” per bere un whisky in pace. Lusso i­naudito!

 

Colin, che oltretutto è un ottimo cuoco, allontanato dai fornelli l’avvele­natore nero che di solito vi operava, si diede da fare; fegato e filetti fe­cero, non molto tempo dopo l’arrivo al campo e la doccia, un trionfale ingresso nella tenda/mensa. Qualcuno cavò da chissadove una bottiglia di vino sudafricano e le quotazioni della compagnia ripresero a salire.

Vi era al campo, in qualità di aiutante un attempato signore, ottima persona con grande esperienza di lavori, ma poca di caccia.

Phil mi chiese se la matti­na dopo, con Colin, me lo sarei portato a caccia per fargli tirare un bu­falo scadente (non ne aveva mai cacciato uno), la cui carne sarebbe servita per gli omaggi agli scarsi ma affamati residenti indigeni.

Lui, con la barca, doveva far visita a “un’autorità” locale.

Risposi che l’avrei fatto con piacere e, senza pensarci più di tanto, finii il mio whisky e me ne an­dai a letto.

Ricevetti ancora al buio il mio tè del risveglio e dopo una rapida colazio­ne controllai I’express, le munizioni 458 sia blindate che soft, misi tut­to sul mezzo e via.

Senza difficoltà arrivammo al punto delle tracce quando era già chiaro, in una mattina tersa e quasi senza nuvole.

Pioverà nel pomeriggio, pensai, pessimista.

Non sapevamo quanto i bufali si fossero spostati nella notte, potevamo solo intuirne la direzione dalle passate nell’erba che per un po’ seguim­mo in macchina.

Dopo non molto Colin diede l’alt per non rischiare di far fuggire gli ani­mali, ammesso che fossero ancora nelle vicinanze.

Mi pregò di andare con l’anziano signore e con un tracciatore. Lui sarebbe rimasto per un po’ a fare alcu­ni lavoretti sulla macchina, poi sarebbe venuto sulle nostre tracce. Noi ci mettemmo su quelle dei bufali nell’erba alta.

Capii subito d’essere stato avventato nell’accettare di accompagnare il mio personaggio, che non aveva di bufali alcuna esperienza, pro­prio in un terreno così difficile e pericoloso ove badare a se stessi è già un problema, ma ormai…

Avanti andava il nero, dei due mi pareva quel­lo più versato nella caccia, poi venivo io con il .458, chiudeva il nostro, con un .375 preso al cam­po.

Le tracce parevano sempre fresche e dopo un paio di chilometri, ammesso che si riesca a giudicare le distanze in terreni del genere, co­minciammo ad avanzare con la massima pre­cauzione.

Davanti a noi si vedeva emergere dall’erba alta un lungo e doppio filare di palme, alcune alte, altre poco più grandi di cespugli, quasi u­na barriera a dividere la savana. Trenta o qua­ranta metri più in là se ne vedeva un altro e, più lontano, un terzo.

Nella luce del sole ormai alto il silenzio era, ec­cetto che per qualche uccello e per il ronzio de gli insetti, pressoché totale.

Arriviamo alle palme e ci fermiamo per qualche istante.

Il vento che fortunatamente spira contro di noi dal mare poco lontano, d’improvviso ci porta il classico, forte afrore di bovino, tipico dei bufali. Gli animali sono là, davanti a noi, vicini.

Faccio fermare il tracciatore, invito a gesti l’amico a starmi appiccicato e poi, con la massima accortezza, sperando che abbia assimilato tutte le mie raccomandazioni, ci affacciamo dall’altra parte della barriera di palme.

L’erba è più bassa e un 20/25 metri avanti a noi, di leggero trequarti, un grosso bufalo è fermo con la testa rivolta verso il luogo ove, probabil­mente, si sono diretti i suoi compagni, del tutto ignaro di noi.

Non faccio in tempo a pensare “Che fortuna, è grosso di corpo, il tro­feo non è niente di speciale, lo faccio tirare al mio compagno” che un mo­vimento repentino accanto a me fa girare la testa al bufalo e contem­poraneamente mi assorda la fucilata del  375.

Il bufalo parte e scompare di corsa oltre la seconda barriera di palme. Il nostro fa per buttarsi all’inseguimento e per l’emozione si mette a parlare forte.

Lo fermo e in modo piuttosto rustico gli impongo il silenzio.

E’ incredi­bile come una forte eccitazione possa impedire di ragionare anche a per­sone apparentemente equilibrate. I conti li faremo dopo.

In un attimo, anche se con la massima prudenza, siamo sul posto.

A terra il segno della partenza del bufalo, poco più avanti, sugli steli dell’er­ba un po’ di sangue. Non posso esserne certo, ma dai segni direi che è stato colpito indietro e basso, forse negli intestini.

L’amico ha usato una blindata e probabilmente la palla è uscita dall’altra par­te del corpo, non facendo gran danno immediato e portandosi via buo­na parte dell’energia che avrebbe dovuto cedere.

Tombola!

In un terreno del genere è come giocare a baseball con una bomba a mano.

Potevo anche andare a caccia per conto mio e lasciare questo…, ma è troppo tardi e occorre trarsi d’impaccio, salvando onore, reputazione e…salute.

Tendiamo l’orecchio, ma non si ode nulla.

Sono convinto che la ferita, se è come penso, non sarà immediatamente né fatale né inabilitante. At­tendere servirebbe solo a far allontanare l’animale o a far aumentare an cor più il suo (giusto) “risentimento”.

Se poi raggiunge gli altri che sicu­ramente sulla fucilata sono partiti e smette di sanguinare, lo si può considerare perduto.

Meglio quindi, nonostante la situazione cominci a essere decisamente im­pegnativa, cercare di risolverla subito.

Scambio a bassa voce due parole col mio vicino e tento di fargli capire come devono andare le cose. Talora avere qualcuno emozionato e armato dietro è peggio che avere il bufalo feri­to davanti!

Faccio un cenno al tracciatore e ci avviamo con la massima prudenza. Sbuchiamo al di là del secondo siepone di palme e ci troviamo davanti a una leggera depressione con vegetazione bassa. Il terreno risale leg­germente dall’altra parte fino a giungere alla terza fila di palme,  oltre al­le quali riprende il mare d’erba alta.

Contrariamente alle mie previsioni il sangue aumenta. La traccia si dirige diritta verso le palme. II vento è caduto.

Ci fermiamo un attimo, silenzio di tomba. Controllo le cartucce in camera e, avviandomi verso l’intrico di foglie ed erba che ci sta di fronte, passo avanti per non avere impedimenti.

Penso che probabilmente il bufalo sta navigando il mare d’erba dall’altra parte, ma non si sa mai.

Ed è proprio vero!

Non disto molto dalla barriera vegetale quando l’animale sbuca dall’in­trico e, con velocità poco gradevole, punta diritto su di noi.

Evidente­mente ha deciso di risolvere il problema in fretta.

In questi casi occorre essere rapidi e la preparazione mentale è proprio quello stato che consente di fare le cose giuste senza perdere tempo a pensarci.

E’ evidente che, data la distanza, l’animale deve essere messo giù subito o lo avremo addosso. Non è certo quindi il caso di tirargli nel petto, colpo fatale, ma quasi mai immediatamente.

Vado totalmente in automatico mentre alzo I’express, traguardo sopra il naso del bestione che viene e tiro il grilletto…

II secondo colpo lo tiro al bufalo già a terra e più che altro serve ad al­lentare la tensione.

Nel silenzio sento che l’amico sta ancora tentando di ca­merare il colpo. L’emozione gli ha impedito di tirare indietro completa­mente l’otturatore e una cartuccia si è messa di traverso, bloccando tutto.

U­na fortuna, credo, per me che stavo davanti.

Michelangelo

 

 

 

 

 

 

 

 

3 thoughts on “Emozioni africane

  1. Guido Zannini ha detto:
    maggio 14, 2018 alle 6:22 pm
    Il tuo commento è in attesa di moderazione.

    Una delle tue tante esaltanti avventure che sempre mi appassionano e condivido. Nella lettura mi sembrava di esserti accanto. Quante nostalgie africane. Un abbraccio.
    Guido

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