Caccia ad uno dei trofei più prestigiosi : L’Eland di Derby in Centrafrica

FATICOSA ED ENTUSIASMANTE.

Caccia ad uno dei trofei più prestigiosi : L’Eland di Derby in Centrafrica

“Per la miseria” pensai, “devo proprio bere un sorso d’acqua”.

La gola, come carta vetrata e la bocca, senza più traccia di saliva, non consentivano di deglutire. In quel caldo infernale ed asciuttissimo non si sudava neppure; l’aqua del corpo eveporava direttamente, lasciando lunghe strisce di sale sulla camicia. Sui polsi e attorno al collo, dove il tessuto non proteggeva la pelle, cominciava a mostrarsi qualche piaga da sole e gli occhi, nonstante le lenti scure, risentivano dellla radiazione e della luce intensissime.

Andavamo a passo di corsa da almeno quattro/cinque ore e le soste per bere erano sempre più frequenti.

Emisi un soffio, che avrebbe voluto essere un sibilo, all’indirizzo di chi mi precedeva e col consueto gesto della mano egli diede l’alt. Il piccolo drappello (quattro persone in tutto) si fermò guardandomi.

Senza parole indicai l’ombra quasi inesistente di un albero sulla nostra sinistra e tutti ci ritrovammo in circolo attorno al ragazzo che portava, con un’artigianale basto di cinghie e camera d’aria, la tanica dell’acqua. Il capiente e largo tappo del recipiente che fungeva anche da bicchiere passò rapidamante di mano inmano una, due volte. Solo allora, recuperato l’uso della parola, dissi :” basta, non bevete troppo, serbatela per dopo”.

Sedetti, subito imitato dagli altri, su di uno dei massi di scuro basalto che costellavano il terreno e accesi una delle mie “Gauloises”. La sosta, comunque, avrebbe dovuto esser brevissima. Spensi con cura la sigaretta poco dopo la metà, ci consentimmo un’altro”tappo” d’acqua e ripartimmo a passo di corsa sulle tracce.

Ci scostavamo sempre più dalla base della piccola catena di ripide e desolate colline, voltando verso un’ampia pianura interrotta da lunghe striscie di piante dalle foglie incredibilmente verdi.

Sapevamo che, in qualche posto davanti a noi, il profondo letto di un fiume secco interrompeva la pianura tagliandola in due.

Ce lo proponemmo come limite ultimo dell’inseguimento.

Andavamo da quasi un’altra ora quando Hassir, in testa, iniziò a rallentare ed a guardare avanti con molta attenzione. Eravamo riusciti a guadagnare terreno e, con ogni probabilità, in breve avremmo ripreso contatto col branco.

Consci che, per quel giorno, sarebbe stata l’ultima possibilità, tutti moltiplicammo l’attenzione a non scoprirci ed a produrre il minimo rumore possibile.

Quando, poco dopo, Hassir si immobilizzò abbassadosi e puntando il dito avanti a noi e leggermente a destra, tutti ci fermammo mettendo un ginocchio a terra e scrutando nella direzione indicata dal tracciatore.

Subito non vidi nulla ma poi, dopo alcuni attimi, colsi tra i cespugli un leggero movimento 90/100 metri avanti a noi. Era il branco!

Facemmo un cenno ai nostri compagni, come a dir loro che non si muovessero e, lentissimamente, ginocchioni, ci spostammo sulla sinistra portando il binocolo agli occhi.

La testa di una femmina si materializzò dal nulla tra due cespugli, poi tutto il corpo passò nel varco per sparire come era apparso.

Gli Eland di Derby erano là davanti a noi, come fantasmi, pronti a scomparire ancora in una nuvola di polvere.

E di nuovo, come un incubo al rallentatore, la manovra doveva ricominciare: cercare di individuare il grande maschio nel mezzo, valutarlo, lasciare che si smarcasse e, in condizioni appena accetabili, tentare di sparare.

Nel caldo opprimente solo qualche lieve movimento, qulche rumore, lo schianto di un ramo. Un po’ di polvere smossa con la mano rimase sospesa nell’aria immobile.

Qualsiasi decisione, ora, poteva risolvere la situazione o comprometterla di nuovo. La stanchezza ed il caldo ci avevano tolto parte della lucidità e tuttavia occorreva tentare qualcosa. Mi volsi lentamente verso il mio primo tracciatore che mi fece cenno di star pronto. Senza far rumore spinsi la cartuccia in camera e chiusi l’otturatore guardandolo con fare interrogativo.

Cominciammo ad avanzare, rimanendo quasi in ginocchio, puntando leggermente a sinistra ov avevamo l’impressione che fosse il grosso del branco; Io, fatto edotto da una lunga consuetudine, mi muovevo come l’ ombra di Hassir.

Gli altri neri, bene addestrati, erano rimasti immobili indietro, lasciando a noi due soli l’ultimo atto.

Vi sono momenti in cui non si sà che partito prendere, ma è chiarissimo che , comunque sia, occorre velocemente prenderne uno.

Tirato un respiro profondo, ripredemmo a muoverci tentando di raggiungere una posizione che ci consentisse una visuale più ampia.

Guadagnammo qualche decina di metri e ci trovammo in una strana situazione: il cespugliato davanti a noi era piuttosto basso, fitto in cima e rado vicino al terreno cosicchè, del grosso branco che ci stava davanti, si vedevano alcune teste e corna sopra ai caspugli e zoccoli e zampe sotto. Avremmo dovuto, necessariamente, avvicinarci ancora o quantomeno spostarci da dove eravamo.

Riprendemmo a muoverci piegati a squadra, lentissimi, cercando di uscire dalla zona di cespugli per guadagnare una visuale più vantaggiosa. E ci riuscimmo.

Lasciati alla nostra destra i cespugli, ci affacciammo ad una area colonizzata da quelle piante dalle foglie verdissime di cui gli Eland si cibano, rompendone talora i rami con le corna.

Vi erano animali tra gli alberi: femmine e giovani.

Se avessimo tentato di spostarci ancora avremmo finito con lo scoparirci. Attendere dove eravamo pareva, almeno per un po’, la soluzione migliore.

Un maschio già imponente ma ancora immaturo comparve dietro ad altri animali intenti a cibarsi. Oltre lui altri movimenti. Il mio terrore era che, da un momento all’altro, un piccolo refolo d’aria portasse il nostro odore al branco o che, uscendo più vicino a noi, qualche animale ci avvistasse determinando la fuga di tutti.

Poi d’improvviso vidi il trofeo, letteralmente solo quello; il corpo era coperto da cespugli e da altri animali, ma era un trofeo impressionante, maestoso, degno di un enorme e vecchio maschio.

Lo stimai subito una cinquantina di pollici e l’adrenalina comonciò a scorrermi nelle vene.

Scambiai uno sguardo d’intesa con Hassir: era esattamente ciò che volevo. L’animale tuttavia, pur essendo l’ultimo che vedevamo sulla destra, non si scopriva. Passarono minuti lunghi come ore, ma la situazione non evolveva. Poi, d’improvviso, la sorte decise per noi.

Una giovane femmina che non avevamo assolutamente veduta e che stava ancora più a destra del grande maschio, comparve dal nulla in un corridoio tra le piante e puntò direttamente su di noi. Non vi era assolutamente nulla da fare.

Quando l’animale ci vide o avvertì in qualche modo la nostra presenza scartò e partì verso sinistra; il rumore dell’intero branco in fuga seguì immediatamente.

Per una di quelle decisioni improvvise ed apparentemente immotivate, pur avendo risolto che quel tentativo sarebbe stato l’ultimo della giornata, mi gettai di corsa verso il polverone del branco in fuga tallonato da Hassir.

Non avemmo a correre per molto.

Ci ritrovammo quasi subito, ansanti, sulla riva scoscesa di quel fiume secco che conoscevamo, ma pensavamo più lontano. Uno spettacolo raro , meraviglioso ed imponente si parò davanti ai nostri occhi.

Sessanta o settanta metri sulla nostra sinistra, le rive del fiume si abbassavano mostrando un minore scoscendimento. Proprio in quel punto, come un’onda di marea, l’enorme branco si riversava nel greto sabbioso per risalire non senza qualche difficoltà, l’opposta sponda ove il varco,più stretto,costringeva gli animali a rallentare.

Erano già passate decine di Eland e, quasi inconsciamente, notai che tra essi non s’era mostrato il gigantesco maschio. D’altronde l’animale era tra gli ultimi del branco e pertanto non poteva essere già andato.

Ci scambiammo un rapido cenno come a dire “stai all’erta”e compresi che pensavamo la stessa cosa.

Intanto sul greto, nel polverone, era comparso il maschio affiancato da un giovane. Quando si avviò col suo enorme peso su per l’argine rallentò, il giovane lo superò ed egli rimase solo,per un attimo, al sommo della riva opposta.

Hassir grugnì qualcosa e si tappò l’orecchio destro.

Premetti il grilletto in un modo che non mi è usuale: in fretta e con l’animale non certo nella posizione migliore.

Il rimbombo del mio 375 ruppe per un attimo silenzio e tensione. Mi parve che l’enorme Eland segnasse il colpo, poi tutto scomparve nella polvere.

Fermi, in silenzio, sentimmo il branco allontanarsi senza più vedere alcun animale. Hassir era già scivolanto giù per la scarpata e si voltò a guardarmi.Gli rivolsi una muta domanda ed egli, senza parlare, si batté con la mano l’anca sinistra.

Avevo imparato a fidarmi appieno dei giudizi del nostro capo tracciatore, tantopiù che stavoltaconcordava con la mia prima impressione. Se l’Eland aveva ricavuto la palla nell’anca, dato l’enorme peso, con una zampa posteriore inutilizzabile non avrebbe fatta molta strada. Occorreva tuttavia muoversi attenti e veloci.

Hakim, il secondo tracciatore, si materializzò come per incanto al mio fianco. Si ricompose il piccolo drappello, Hassir in testa. Risalimmo a passo di corsa le riva opposta del fiume secco e ci inoltrammo nella vegetazione dell’altra sponda, sul bordo della quale erano chiaramente visibili i segni dello scarto che l’animale aveva fatto ricevedo la palla.

Nessuna traccia di sangue.

Poco più avanti però Hassir indicava sul terreno delle tracce da cui era evidente che l’animale trascinava la zampa posteriore.

Cominciai per la prima volta a pensare che ce l’avremmo fatta, tuttavia feci solo un segno di assenso al tracciatore, invitandolo così a proseguire. A passo svelto e nel più totale silenzio ci avviammo sulla traccia. Io, bene interpretando l’atteggiamento del nero, mi tenevo pronto.

Camminammo alcuni minuti per sbucare d’improvviso in un rado cespugliato disseminato di stenti alberi secchi. Là, quasi totalmente scoperto tra i cespugli, stava fermo il gigantesco Eland. Si accorse di noi e ripartì, ma la sua andatura apparve subito estremamente impacciata.

Di nuovo corremmo a tutta velocità sulla sinistra finché affiancammo l’animale.

“Dritto nel collo” pensai, alzando il 375.

Il mio colpo risuonò immediatamente e l’enorme maschio, quasi ripiegandosi su se stesso, crollò a terra senza muoversi più.

Svaniti gli echi della fucilata, tutto rimase in un silenzio irreale.

Passai la carabina nella sinistra, strinsi forte la spalla di Hassir ed egli afferratami la mano, si mise a scuoterla come un forsennato. 15 Giorni di caldo, sete, tse-tse, fatica, tensione : tutto passato.

Ora si poteva assaporare appieno la gioia di un risultato difficile, faticoso, perseguito con tenacia e sacrificio, ottenuto in una delle cacce più impegnative, sportive, estenuanti di tutta l’Africa :la caccia all’Eland di Derby nelle savane del Centrafrica : una vera sfida.

Dietro di noi, uscirono dal bush anche gli altri : Hakim, il secondo tracciatore con lo zainetto delle nostre cose e François , il “cattolico” portatore d’ acqua.

Mi strinsero tutti solennemente la mano ed intonarono il tradizionale canto della vittoria.

Io, preso dal’intensità dell’emozione, ero veramente e visibilmente commosso mentre armeggiavo col pacchetto per offrire ai miei bravissimi uomini l’immancabile gauloise.

Era giunto il momento delle misure, delle foto, del sorso di brandy, della senzazione, così forte, di essere davvero vivi, davvero in cima al mondo.

Avrei potuto, poi, mentre qualcuno sarebbe andato a recuperare la macchina, ascoltare il silenzio senza tempo di quello sperduto angolo di un continente che, pur violentato, stravolto, incompreso e strumentalizzato, sà ancora parlare a mente e cuore di chi ama il creato con parole inudibili altrove.

Michelangelo

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